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Visto che oggi principia la scuola...

Oh che brutti momenti passai stamane quando il povero Cacilli, il figliuol dello spazzino, sempre triste e lacero, con quel suo piedino storpio che stringe il cuore a vederlo strascicare, venne minacciato da quel gradasso del Maneschi, il figliuol del bracconiere, sempre pronto ad attaccare briga e smanioso di non so quante smargiasse imprese.
Era appena entrato il maestro in classe che subito il Maneschi principiò a dare in ismanie, ora lanciando delle midolle di pane unto contro il cappotto nuovo del buon Gargilli, ora tormentando il Tarponi con uno steccolo che aveva intinto nello sterco, ora infine pigliando il quaderno di grammatica del Cacilli e vergandoci sopra degli sgorbi e delle male parole che arrossisco solo a raccontarle.
Il nostro maestro, il nostro bravo e affettuoso maestro sordo, non s’accorse di nulla, un po’ perché stava scrivendo sulla lavagna la parola Sagrificio, un po’ perché, oltre che sordo, è anche molto miope e prima di fargli capire qualcosa si farebbe in tempo a cucinare il suo cane,un botolo ringhioso di nome Callo, in un rabbioso stufato alla Woronoff.
Ebbene, io e il Ruffietti guardavamo con stizza il bravaccio, ma ad un bel momento non riuscii più a sopportare la scena e gli dissi a bassa voce: “ Smettila di tormentar quel povero figliuolo. Ti burli di lui perch’egli è storpio ed il nostro buon maestro zoppo non ti vede, ma non sperar di farla franca, che le male azioni nuocciono più a chi le fa che a chi le riceve”.
Egli si rabbuiò d’un tratto e mi guardò serio con quegli occhietti grigi infissi quasi sul naso e disse d’un sibilo: “Fatti i cazzi tuoi mezzasega, se no ti smeriglio da cazzotti”.
Capii d’un tratto le sue ragioni e pensai che in fondo quel nano deforme di Cacilli aveva anch’egli le sue colpe e meritava un simile trattamento. Stavo giusto argomentando al Ruffietti questo nuovo punto di vista quand’ecco quel rachitico del Cacilli mettersi a piagnucolare: Il mio povero quaderno, ahimé, tutto il mio lavoro sciupato”! Facendo voltare di scatto il nostro buon maestro gobbo. Egli scosse la forfora dalla barba incrostata, fissò con due occhi di fuoco il maneschi e gridò: “Ancora tu, discolaccio, questa è l’ultima volta che promuoverai lo scompiglio in classe! Domani stesso convocherò tua madre.”
Il bravaccio ristette come di pietra. Digrignava i denti per la stizza ed era tutto rosso  per l’ umiliazione subita. Appena il maestro riprese a scrivere sulla lavagna la parola Ardore ecco che il discolo s’aqquattò fin verso il Cacilli e, con quegli occhietti che sprizzavano odio, gli disse piano: “Fuori ti tronco”.Tutti s’acchinarono su quaderno come a far finta di nulla, ma ciascuno ardevasi sentir suonare il finis per assistere all’impari cimento.
Finalmente sonò la squilla, e mille voci di fanciulli si sparsero pei corridoj riversandosi in strada. Già il Garbugli, quello del mercatino di biglie di cerume, andava raggranellando i centesimi che ciascuno scommetteva sull’ esito della tenzone. Giunti ad uno slargo di terra battuta che la strada faceva prima di principiare a chiamarsi Corso dé Cavalleggeri, ecco tra i due un cerchio di fanciulli ammutoliti e pur attenti al tristo spettacolo che andava in iscena.
Il Maneschi, colle sue gote rubizze e colle braccia che parevan polpettoni, trasse la riga dalla cartella, e senza profferir motto, principiò a grandinare di bastonate il capo di Cacilli. Qualcuno, di fronte allo spettacolo di tanta prepotenza, osò dire: “ Basta, lasciate il pace quel povero figliuolo”! Ma fu subito preso a pedate negli stinchi, ed il Panicchi gli pisciò sulla cartella. Intanto il Maneschi stava lavorando allo stomaco il piccolo rachitico, assestandogli di quando in quando dè ceffoni che lo colorivano d'una bella porpora. Nello scompiglio generale io n’ approfittai per stampargli una bella pedata nell’osso sacro, mentre qualcuno lo spettinava dà nocchini. Quando il buon Maneschi andò finalmente vendemmiando il maledetto nano focomelico,ecco un grido scompaginare il manipolo: ”Via, via tutti, ecco il maestro”!
Tutti ci discostammo dal nano deforme, chi facendo finta di ragionare d’aritmetica, chi simulando l’ innocente gioco della rava. La buona vecchia maestra tisica di prima e seconda, quel caro fagottuccio di scialli e mantellette che pareva un buffo pagliajo, passò in mezzo a noi pencolando col suo bastone, col sorriso buono di una nonna che conosce le marachelle dè suoi nipoti e, sorpassando il Cacilli, n’approfittò per ribadirlo in terra con un colpo di tacco aguzzo tra le scapole. Quando s’allontanò, curva curva verso il fondo della strada, io ebbi come un moto di pentimento, come una repulsa per un’ingiustizia commessa e corsi incontro al Maneschi per dirgli: “Scusa se prima dissi verso di te alcune parole cattive. Quella testina di cazzo per di più deforme non avrebbe dovuto mancarti di rispetto di fronte al nostro buon maestro cardiopatico. Saremo amici?” E così dicendo gli strinsi la mano.

Col cuore pieno di gioja pel buon proposito, corsi allora verso il fondo della via, per gettarmi tra le braccia di mia madre.

Pubblicato il 11/9/2007 alle 9.49 nella rubrica Diario.

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