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Naini, IO NON SONO MALATO.


REGOLAMENTO


10 dicembre 2005


Quasi non ci volevo credere: mio padre jeri si tolse l'occhialetto, adagiò
il libro sul tavolino e col suo vocione buono mi disse: - Perché domani non
invitiamo un tuo compagno, uno de' più bisognosi e meritevoli, qui a
desinare con noi?
Io ristetti sorpreso e felice col mio burattino in mano davanti a quell'idea
generosa e lieta che mille volte m'era balenata in capo ma che mai avrei
ardito di domandare a' miei genitori. - Su, dunque; s'inviti il
disgraziato fanciullo che più desideri avere a fianco e tutto s'
apparecchi in suo onore! - Io gettai le braccia al collo di mio padre e,
quasi lagrimando dalla gioja, gli dissi: - Grazie babbo, voi avete un cuore 
grande!
Fui subito preso dall'imbarazzo della scelta: invitare lo Stoppini, quel
tisichino sempre mal vestito che giunge a scuola colle gote impresse dalle
manate anellate del padre ubbriaco? Sì, egli aveva un'aria melanconica che
mi stringeva il cuore, ma non sopportavo quel suo vizio di tossire
incessantemente, che trovavo al limite della buona educazione. Avrei potuto
eleggere il Busdraghi, quel ragazzone grande e grosso con due braccia come
polpettoni, sempre diligente e sollecito ne' compiti; egli è orfano d'
entrambi i genitori e vive da solo colla malvagia nonna Livio che lo vessa e
lo costringe ogni giorno a suon di cazzotti nelle orecchie (che perciò ha
sempre pavonazze) a procurarle le due scatole di sigari giornaliere che ella
aspira con avidità mentre giuoca a ramino. Ma anche di lui, se pur sollecito
e ordinato, non mi andava quella brutta abitudine d'esser sempre sudato.
Pensai al Mughini, il figliuol della lacciaja, a cui un grosso cane da
piccolo azzannò un piedino lasciandolo zoppo; ma l'avevo tuttavia in uggia,
perché costringeva sempre tutti a tardar le marce e gli esercizii ginnici
per aspettarlo.
Pensa e ripensa, decisi alfin di invitare il mio buon compagno Cafieri,
quello che ebbe il padre arrotato da una vettura e che ora vive con la madre
(un po' troja) d'un misero negozietto di fiori rapinati a' cimiteri. Sicché
egli, prevenuto da me dell'invito, passò tutta la mattinata in ismania per l
'emozione, tant'è vero che il nostro buon maestro osteoporotico si trovò a
doverlo rincretinire da' nocchini perché lo trovava continuamente distratto
ad aggiustarsi il vestito buono. Buono sì, un par di coglioni, ché era una
giubbaccia a quadri di panno grosso tutta tempestata di patacche lojose da
fare schifo anche al cenciajo; ma io sapevo che il poveraccio si rivestiva
co' panni dell'opera di carità, sicché mi limitai ad additarlo alle risa de'
miei compagni e non ne feci più motto.
Sonò dunque il finis, ed egli s'incamminò al mio fianco verso l'uscita, dove
ci attendeva la mia amata madre cor un sacchetto di dolciumi. Il Cafieri si
presentò a lei arrossendo e, col capo chino, le porse un mazzetto di petunie
fiacche e graveolenti sicuramente sottratte a qualche loculo incustodito.
Mia madre le prese con garbo, gli fece una carezza sul capo forforoso
ringraziandolo di quel bel gesto e, mentre pregava il Cafieri di portare un
caro saluto alla sua mamma (un po' troja), col tacco fece fare una perfetta
parabola alla miserabile verzura che s'infilò a piombo nel secchio delle
immondizie appeso al muro della scuola.
Giungemmo finalmente dinanzi a casa ed il Cafieri, ammirato dalla bellezza
del palazzo, mi disse: - Beato te che vivi in questa reggia! - Ma io gli
risposi che mi fa una sega a me questa roba, e scatarrai come sempre sui
polpacci della statua di Ercole che strizza Anteo posta in una nicchia nel
vestibolo. Giunti in casa mio padre accolse il tanghero mio
compagno con affetto, togliendogli la giacca impestata e facendolo
accomodare sul canapè. Siccome il Cafieri non sapeva nemmeno cosa fosse un
canapè, si mise a sedere sur un panchetto, e tutti principiammo a prender
sospetto ch'egli non fosse avvezzo alle buone maniere.
Ma ecco giunto il disïato momento di sedersi a tavola! Mio padre assegnò i
posti, ed il mio compagno Cafieri si trovo a sedere fra me e mia sorella
Piersilvia. Subito egli si legò il tovagliuolo al collo ed io,
sommessamente, gli dissi di toglierselo e di metterselo sulle gambe; ma non
conoscendo questo costume egli se lo rimboccò nei pantaloni, commettendo il
primo grossolano errore. Mio padre lo invitò a bere ed egli, presa con
malagrazia la caraffa dell'acqua, la versò nel bicchiere da cherry; tutti
inorridimmo, ma cercammo di non farlo notare.
Giunse finalmente mia madre, cor un vassojo di vol au vent ripieni di
caviale ed il Cafieri, dopo averne mangiato uno ignorando l'apposita
forchettina, trovò che quei "pasticcini" eran salati! Poi giunsero le
ostriche ed egli, pensando che fosse uno scherzo e prendendole per sassi, ne
rise; allora gli spiegai a denti stretti che avrebbe dovuto aprirle con l'
apposito coltello, il quarto sulla destra prima della forchettina a due
rebbi da dessert. Egli cominciò a sudare ed a mugghiare per la fatica mentre
cercava di vincere in tutti i modi lo sconosciuto mollusco. Prese allora a
tremare tutto dallo sforzo e, movendo maldestramente il coltello, gli
schizzò il sasso di mano che andò a centrare l'occhio senza occhialetto di
mio padre; l'orco s'alzò ululando dal dolore mentre il tapinaccio, per
cercare di raccogliere il proiettile, rovesciò tutta la fila di cinque
bicchieri che gli stavano innanzi sullo scollo di mia madre che, per
iscansarsi, mollò la presa dalla zuppiera colma di Soupe de poisson à la
Guiscard con cui centrò mia sorella e verniciò il tappeto persiano, prima di
scivolare all'indietro e precuotere colla nvca il bell'oriuolo di bronzo che
ci regalò monsignor Bava.
Il Cafieri si risolse d'ajutare mia madre, ma poiché insieme al tovagliuolo
s'era infilato nei pantaloni anche un lembo di tovaglia, per iscender dalla
tavola trascinò con sé tutto l'apparecchio; bottiglie e caraffe s'infransero
sui piedi di mio padre che, premendosi colle mani la palla da biliardo
dolente, andava recitando un rosario di fioritissime bestemmie contro la
Beata Vergine; a mia sorella toccò la salsiera sulle ginocchia mentre mia
madre, già a terra, lottava per districarsi dalla tovaglia di raffinatissimo
lino di Fiandra che l'arrotolava come una mummia impanata in un bel trito di
bicchieri.
Il Cafieri fu cacciato via a pedate negli stinchi e colpi di rivoltella.
Quando, a sera, la quiete tornò a regnare sulla casa, il mio saggio babbino,
in guisa di Polifemo, si tolse l'occhialetto dall'occhio rimasto e mi
disse: - Vedi figliuolo, questo ci insegna la vita: che i disgraziati devono
stare coi disgraziati e non rompere i coglioni ai signori. Guai a te se ti
riazzardi a portarmi in casa uno di questi pestamerde.
E m'impresse uno schiaffo sacrosanto sulla gota.

[Da Federico Maria Sardelli, "Il libro Cuore (forse)", 1999.]




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16 novembre 2005

Istituto Randazzo

DISCIPLINA SCOLASTICA 1.E’ fatto espresso divieto di giungere in ritardo alle lezioni, anche in caso di morte improvvisa d’entrambi i genitori o grave accidente quale incendio, menomazione degli arti, scoppio d’un ordigno, epidemia. I trasgressori a detta regola saranno puniti collo strappo delle maniche del cappotto, l’obbligo d’assister per tre giorni alle lezioni in ginocchio sui ceci armeni, più la Rampogna Solenne del Direttore che, a suo arbitrio, potrà ritenere opportuno che l’alunno beva l’inchiostro. 2.E’ assolutamente proibito far schiamazzi, gettar grida, giocare, motteggiare, tenere atteggiamenti irrispettosi come profferir male parole, far smorfie, dar in ismania, guardare di sbieco, supporre, arguire; prendersi gioco de’ bidelli con ischerzi, raudi serpentoni e bombe-merda; imbrattare i muri con disegni a carbone , sanguigne, gouaches, tempere all’uovo, ova marce, pomidori ed altri erbaggi mòlli, epigrafi, allocuzioni, apologie, palinodie, cazzi, fiche e babbi natale. Ai trasgressori saranno stracciati i quaderni ed i libri scolastici, sarà tastato il cullo alla madre e, nella stagione invernale, gli saranno sottratte le scarpe. 3.Il Direttore è capo supremo dell’Istituto ed arbitro assoluto della disciplina. Ad egli spetta il compito di correggere e rampognare i fanciulli allo scopo d’edificarli; egli amministra come un padre amorevole l’ordine acciocché non venga meno il decoro dell’Istituto e di coloro che vi operano. Il Direttore potrà pertanto esortare i fanciulli più discoli con manrovesci anelati, pappine, nocchini e pedate nello stomaco, nonché decidere se sia il caso di tenerli ritti in corridoj colla matita nel culo, o infine d’iscacciarli affatto da scuola con infamia. 4.Le madri accompagnino i propri figli fin nell’atrio, ma sia fatto loro divieto d’arrivare fino in classe; quando poi una madre desiderasse accompagnare un suo figlio infermo o infelice fino al suo banco, allora ne faccia espressa richiesta al Direttore, che si prodigherà d’accontentarla facendola accomodare nel suo ufficio affinché sia prima possibile introdurle a fondo il rigido regolamento. 5.Saranno premiati e promossi con medaglie di merito e voti amplii quegli alunni che denunzieranno espressamente, ovvero tramite lettera o viglietto anonimo, ogni mala azione de’ propri compagni più discoli, come mancare il saluto al Direttore, mormorare o esprimere malcontento, trovarsi impreparati prima d’una interrogazione e sperare di farla franca. 6.Guai a chi in qualsiasi modo recasse nocumento a’ banchi, alle panche, alla cattedra e ad ogni altro arredo scolastico colli’istoriarci sopra de’ cazzi col coltellino, o appiccicandovi colonie di caccole, o ancora lavorandovi di pialla e trapano per ispregio. 7.Le ritirate debbono esser tenute nel massimo d’igiene e di decoro. E’ dunque fatto divieto assoluto di depositare gli stronzoli per terra, pisciare ne’ lavamani, descrivere pur pregevoli scene venatorie o mitologiche sui muri ricorrendo allo sterco. 8.Il Direttore si riserva di slegare il cane Gorgo pei corridoj affinché sia assicurata la disciplina. 9.Le tasse scolastiche sono stabilite a capriccio del Direttore e variano in considerazione del censo e della posizione sociale delle famiglie. Ne sono pertanto completamente esentati i fanciulli di famiglia aristocratica ed i figliuoli di Senatori, Sindaci, Giudici. Per le famiglie agiate la tassa è di 1 (una) Lira per anno; per le famiglie d’impiegati o mercadanti la tassa è di 3 (tre) Lire annue; per i muratori, verduraj, stipettai, carbonai, becchini, vetturini, facchini, osti, pestamerde e altri la tassa sia di Lire 50 (cinquanta) da corrispondere in mano al Direttore che non rilascerà alcuna ricevuta. 10.Ogni alunno ha il dovere di prender parte ai Rosarii, le Giaculatorie, le Penitenze e gli Esercizii Spirituali che Suor Bruno riterrà opportuni per la salute spirituale de’ fanciulli, pena la verga dvra. IL BIDELLO IL DIRETTORE (Tarponi Mallio) (Prof. Bombacci Annibale) Il libro cuore (forse) Federico Maria Sardelli




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27 ottobre 2005

Regolamento

Visto e considerato che nessuno bada più a quello che c’è scritto accanto alla photo del fondatore, capo supremo e DVCE del Suo blog, mi trovo costretto, malgrado la mia voglia di fare una bella sega nulla, a indossare nuovamente i panni del portavoce Der DOCTOR RANDAZZEN e ribadire quello che evidentemente non riesce a incunearsi nelle dvrissime teche craniche dei nostri sacrificabili e opachi lettori.
Il messaggio è semplice e ben strutturato. NAINI IAR PRIVATO.
Nonostante che in una piccola nota esplicativa seguente il “topic” (o “tarpons” non ricordo bene) del blog si dica chiaramente che la frase in questione è in versione estremizzata anglophona e che nonostante ciò il suo significato sia comunque perfettamente estrapolabile, è necessario, visto che siete duri come un termosiphone di ghisa, riportare la stessa frase nella sua meno conosciuta versione avtarchica. NINI, QUI PRIVATO.
Se poi tutto questo non dovesse ancora bastare mi trovo costretto (oltre che recarmi di volata al pronto soccorso per un travaso di bile provocatomi dal mio giustissimo risentimento) a spiegare che NINI è qualsivoglia rompicoglioni che si permette di passare da casa Randazzo sprovvisto di:
1 Phyca (che deve essere comunque testata... ma anche tastata)
2 Denaro (contante, vero, perché l’assegni diverse volte sono anche scoperti)
4 Organi da espiantare e poi rivendere (a prezzi poi neanche tanto proibitivi)
3 Una bella cassetta di pere spadone. (che al dottore ni piaccion tanto e che diluvierà alla velocità del GIRRRRRRMI)
5 Ferri da stiro
6 Palle da bigliardo (che il munifico mecenate spaia spesso prechè solito lanciarle con rabbia ai negri che hanno l'ardire di passare dalla strada sulla quale si affaccia la Sua dimora)
Ora, prima che con la vostra ottusità mi facciate morire, razza di cafoni ingrati, mi sembra di poter affermare che è stata finalmente fatta luce su uno dei temi fondamenteali del blog del dott. Randazzo del quale noi siamo solo portavoce.
Per concludere possiamo anche affermare che chiunque si presenti sulle Sue pagine elettroniche non presentando, all’ingresso, una bella segaccia nulla, sarà immediatamente investito dal Suo mitico ruto al minestrone che ha il duplice ufficio di tramortire l’inetto e richiamare a raccolta la furgonata di FACCHYNI VIOLENTY che forniranno la giustà mercè a colui del quale mai più sentiremo parlare.




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Scrivi a: Randazzo20002000@yahoo.it
ci sta anche che ti venga a trovare a domicilio se sei discreta, no vero che qui carità non se ne fa



welcome to bonus stage!

you failed

PRONTO... AGONIA?

Perché presero fòo le puntine?

Cioe'.. te.. a me.. che poi.. Via!                     

Questo blog non spreca la NAFETA®
 
POWERED by TUAMADRE
CON RISPETTO PARLANDO






In questo BLOG siamo tutti devoti del santissymo

DOVE CAAVA PADRE PIO CI CRESCEVANO GLI ABETI

Padre Pio ne faceva due senza usci!!!!
(una volta ne riuscì a fanne tre ma poi ni toccò smette
sennò ni venivano le stimmate anco all'uccello!!!)


Brutto ateo-comunista ora mi dici che credi alla Vergine Maria!!!

Padre Pio alla Banca Rasini gli faceva credito



PADRE PIO BECCAVA A SFA'


"Fai uscire lo storpio."
"Ma...a quest'ora starà dormendo..."
"E allora credo proprio che lo dovrai svegliare, non credi?"

PADRE PIO A METEMATICA C'AVEVA 10

 
Può provocare utite se maneggiato con viulenza!!

PADRE PIO LEVAVA IL FUMO ALLE SCHIACCIATE

Noi siamo, senza possibili eccezioni di sorta, a prova di errore e incapaci di sbagliare. (peccato lo pigliamo nel cvlo)

PADRE PIO USAVA CLEAR

STO ASCOLTANDO:
RADIO MARIA

PADRE PIO PARCHEGGIAVA IN QUARTA

Questo blog promuove la campagna di sensibilizzazione contro la mattanza dei gronghi. Invia anche tu una lettera di protesta al ministero dell'Ambiente.

PADRE PIO C'AVEVA SEMPRE BRISCOLA

In omaggio ad uno dei maggiori poeti viventi

S'io fossi agìl camoscio
mi butterei al lago
ma agìl camoscio 'un sono
e al lago 'un mi ci butto.

* * *

Stai seduto,
cioè zitto,
volevo dire:
àlzati.

* * *

Rimembro fiero
e sul collo pongoti
in guisa di superbi orpelli
due o tre manate
date bene
così impari a pulirti il culo con
le tendine del gabinetto.

* * *

Dorate aurette lievi
di voi schermìro i parti
e tratti apersi ragli
infransi ardor di dacî
né Cato omai recolli
d'affàn rapito 'l crin
a scriver queste poesie
è come andare
a toccare la merda
collo steccolo.

* * *

Vezzosette
pastorelle
che han nel crin
lucenti stelle:
or cantate,
or ballate,
mai nel culo
lo pigliate.

* * *

Nella cruenta pugna
d'Achille il glorïoso
malleolo invano l'oste
tenta sovente ferire perché
nessuno sa dove sia
e cosa cazzo sia il
mallèolo.

* * *

Tispostastidiscatto
tazzoppastilostinco
belmitestadicazzo.

* * *

Tu ti turbi
di frotte di prischi grilli
e ti frilli i fischî natii
sin che fritti i' mischî:
cosa frulli? Eh?! Ora
li raccatti tutti,
imbecille!

* * *

Tappioppassero
umbelpaiodipatte

* * *

Se pei pindàrei colli
a' patrii lidi il ferro
rapir che mobil seno fé
e d'altre terribil favella mòve
con novelle opre il fosco rio,
io passerei anche
verso le sette.
* * *

BEVI ANCHE TU IL CHINOTTO DI PADRE PIO

Attaccatevi tutti a questa maniglia


PUELLAE DIVERTITEVI CON QVESTE




 

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.


Poi cominciò: "Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.

Io non so chi tu se’ né per che modo
venuto se’ qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’ io t’odo.

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;

però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.

Breve pertugio dentro da la Muda,
la qual per me ha ’l titol de la fame,
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,

m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno
che del futuro mi squarciò ’l velame.

Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.

Con cagne magre, studïose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.

In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.

Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane.

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?

Già eran desti, e l’ora s’appressava
che ’l cibo ne solëa essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;

e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
a l’orribile torre; ond’ io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.

Io non piangëa, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.

Perciò non lagrimai né rispuos’ io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscìo.

Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,

ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi

e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”.

Queta’mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t’apristi?

Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.

Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’ io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno".

Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’ denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti.

Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ’l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

Che se ’l conte Ugolino aveva voce
d’aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

Innocenti facea l’età novella,
novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
e li altri due che ’l canto suso appella.
 

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