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Naini, IO NON SONO MALATO.


Diario


30 maggio 2008

Viaggi & trasferte

Si si e lo so io
che andate tutti a Riccione al coccorico




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26 aprile 2008

Bad taste

- Ciao, come va! Ti vedo in gran forma!

- Grazie! va tutto abbastanza bene, e tu?

- Sì io bene, poi sai alti e bassi... Ma dimmi un po' l'Università?

-Sì mi dovrei laureare a settembre, sono rimasta un po' impelagata sulla tesi.

- Ah, su cosa la fai?

- No è un lavoro sperimentale,  molto tecnico. Ma te invece, che mi combini. Donne, donne?

- Sì, sto con una ragazza da un annetto. Ora guardo se trovo un lavoro per il verso. Ma il tu' fratello, che fine ha fatto, non l'ho più visto..

- Ah, non l'hai saputo?

- No, cavolo, è successo qualcosa?

- Eh, sì. Non c'è più da un anno. La solita strada di merda. Prima o poi ci ammazzerà tutti...

- Cazzo. Non ti dico "mi dispiace", primo perché sarebbe retorico, due parole così banali e stupide per togliersi d'imbarazzo di fronte a un dolore così grande come il tuo, di fronte all'incomunicabilità della morte, alla mancanza di senso che hanno queste cose, e poi secondo, detto fra noi, perché francamente mi importa anche una ricca sega... 




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9 aprile 2008

Svolazzava!

Volevo un cremy




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11 settembre 2007

Visto che oggi principia la scuola...

Oh che brutti momenti passai stamane quando il povero Cacilli, il figliuol dello spazzino, sempre triste e lacero, con quel suo piedino storpio che stringe il cuore a vederlo strascicare, venne minacciato da quel gradasso del Maneschi, il figliuol del bracconiere, sempre pronto ad attaccare briga e smanioso di non so quante smargiasse imprese.
Era appena entrato il maestro in classe che subito il Maneschi principiò a dare in ismanie, ora lanciando delle midolle di pane unto contro il cappotto nuovo del buon Gargilli, ora tormentando il Tarponi con uno steccolo che aveva intinto nello sterco, ora infine pigliando il quaderno di grammatica del Cacilli e vergandoci sopra degli sgorbi e delle male parole che arrossisco solo a raccontarle.
Il nostro maestro, il nostro bravo e affettuoso maestro sordo, non s’accorse di nulla, un po’ perché stava scrivendo sulla lavagna la parola Sagrificio, un po’ perché, oltre che sordo, è anche molto miope e prima di fargli capire qualcosa si farebbe in tempo a cucinare il suo cane,un botolo ringhioso di nome Callo, in un rabbioso stufato alla Woronoff.
Ebbene, io e il Ruffietti guardavamo con stizza il bravaccio, ma ad un bel momento non riuscii più a sopportare la scena e gli dissi a bassa voce: “ Smettila di tormentar quel povero figliuolo. Ti burli di lui perch’egli è storpio ed il nostro buon maestro zoppo non ti vede, ma non sperar di farla franca, che le male azioni nuocciono più a chi le fa che a chi le riceve”.
Egli si rabbuiò d’un tratto e mi guardò serio con quegli occhietti grigi infissi quasi sul naso e disse d’un sibilo: “Fatti i cazzi tuoi mezzasega, se no ti smeriglio da cazzotti”.
Capii d’un tratto le sue ragioni e pensai che in fondo quel nano deforme di Cacilli aveva anch’egli le sue colpe e meritava un simile trattamento. Stavo giusto argomentando al Ruffietti questo nuovo punto di vista quand’ecco quel rachitico del Cacilli mettersi a piagnucolare: Il mio povero quaderno, ahimé, tutto il mio lavoro sciupato”! Facendo voltare di scatto il nostro buon maestro gobbo. Egli scosse la forfora dalla barba incrostata, fissò con due occhi di fuoco il maneschi e gridò: “Ancora tu, discolaccio, questa è l’ultima volta che promuoverai lo scompiglio in classe! Domani stesso convocherò tua madre.”
Il bravaccio ristette come di pietra. Digrignava i denti per la stizza ed era tutto rosso  per l’ umiliazione subita. Appena il maestro riprese a scrivere sulla lavagna la parola Ardore ecco che il discolo s’aqquattò fin verso il Cacilli e, con quegli occhietti che sprizzavano odio, gli disse piano: “Fuori ti tronco”.Tutti s’acchinarono su quaderno come a far finta di nulla, ma ciascuno ardevasi sentir suonare il finis per assistere all’impari cimento.
Finalmente sonò la squilla, e mille voci di fanciulli si sparsero pei corridoj riversandosi in strada. Già il Garbugli, quello del mercatino di biglie di cerume, andava raggranellando i centesimi che ciascuno scommetteva sull’ esito della tenzone. Giunti ad uno slargo di terra battuta che la strada faceva prima di principiare a chiamarsi Corso dé Cavalleggeri, ecco tra i due un cerchio di fanciulli ammutoliti e pur attenti al tristo spettacolo che andava in iscena.
Il Maneschi, colle sue gote rubizze e colle braccia che parevan polpettoni, trasse la riga dalla cartella, e senza profferir motto, principiò a grandinare di bastonate il capo di Cacilli. Qualcuno, di fronte allo spettacolo di tanta prepotenza, osò dire: “ Basta, lasciate il pace quel povero figliuolo”! Ma fu subito preso a pedate negli stinchi, ed il Panicchi gli pisciò sulla cartella. Intanto il Maneschi stava lavorando allo stomaco il piccolo rachitico, assestandogli di quando in quando dè ceffoni che lo colorivano d'una bella porpora. Nello scompiglio generale io n’ approfittai per stampargli una bella pedata nell’osso sacro, mentre qualcuno lo spettinava dà nocchini. Quando il buon Maneschi andò finalmente vendemmiando il maledetto nano focomelico,ecco un grido scompaginare il manipolo: ”Via, via tutti, ecco il maestro”!
Tutti ci discostammo dal nano deforme, chi facendo finta di ragionare d’aritmetica, chi simulando l’ innocente gioco della rava. La buona vecchia maestra tisica di prima e seconda, quel caro fagottuccio di scialli e mantellette che pareva un buffo pagliajo, passò in mezzo a noi pencolando col suo bastone, col sorriso buono di una nonna che conosce le marachelle dè suoi nipoti e, sorpassando il Cacilli, n’approfittò per ribadirlo in terra con un colpo di tacco aguzzo tra le scapole. Quando s’allontanò, curva curva verso il fondo della strada, io ebbi come un moto di pentimento, come una repulsa per un’ingiustizia commessa e corsi incontro al Maneschi per dirgli: “Scusa se prima dissi verso di te alcune parole cattive. Quella testina di cazzo per di più deforme non avrebbe dovuto mancarti di rispetto di fronte al nostro buon maestro cardiopatico. Saremo amici?” E così dicendo gli strinsi la mano.

Col cuore pieno di gioja pel buon proposito, corsi allora verso il fondo della via, per gettarmi tra le braccia di mia madre.




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30 agosto 2007

Pottaffaticata

Pottaffaticata    sei un bel - ; mi sembri una - ; bel mì - ;
Idioma di origini pisane (probabilmente ghezzanese come ci testimonia il Pottamerdosa “ivi stava colla sua faccia da pottaffaticata poscia il pasto..” Il Visconte di Ghezzano Pag. 11 di A. E. Pottamerdosa) con il quale si designa una persona fortemente tesa ad un indaffarato inconcludente.
Può essere utilizzato in conversazioni elevate onde descrivere una servetta che cerca, inutilmente, di rendersi utile mantenendo un atteggiamento dimesso quando in realtà la sua produttività è prossima a quella di un gatto soriano.
E’però universalmente riconosciuto l’uso nei riguardi di una persona ormai professionalmente arrivata al fine di sottolineare le beate giornate passate dietro la scrivania a spulciare fra pipe in merda nera del Belgio, giornali pseudo progressisti & siti libidinosi, ma sempre mantenendo un’aria di allarmata oberazione.

Nota: L’aggettivo non deve essere affatto confuso dai significati delle due parole, che lo compongono (Potta ed affaticata) è infatti un False Friend che potrebbe sviare lo studioso verso figure maggiormente tendenti alla pottalessa o alla pottapiena fino alla topadilegno.




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3 agosto 2007

Titolo

Vedove Trotti




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31 luglio 2007

Michelangelo






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5 luglio 2007

Cappamarcia.


Problemi di nautra sessuale? Fastidiosi pruriti? Sfoghi purulenti nella zona puberale? Perniciose macchie  proprio in corrispondenza del cornicione del glande?

Lo fa.

Non abbiate timore di aver contratto incurabili malattie venereeeeeeeeee!

La soluzione è Saugella.
 
Il Dott. Randazzo l'ha sperimentato.



RICORDA: SAUGELLA IL SAPONE PER LA TUA CAPPELLA.


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26 giugno 2007

Dj Cajoli



Non ve l'aspettavate eh?
E invece eccolo quà in tutta la sua straordinaria tracotanza. Si, è proprio lui, il mitico desc... dirc... drisc... diostr... animatore latinoamericano Vinicio Cajoli.
Chiaramente durante le sue esibizioni nei più prestigiosi locali  della costa di Antignano (mitica la sua serata del 2 novembre 2006 al "Malandrone discopupperia  anche a chiodo") il nostro non si palesa con il suo vero nome ma con un più estetico e altisonante (ma anche appropritato suvvìa) Josè Escobar Smerigliadores, in arte "El pignorador".
Si, perchè l'infelice non può adoprare il suo vero nome alla luce del fatto che quando vede una troja ballare sotto il suo tavolaccio comincia a gabellare improbabili origini cubane e perciò negroidi che gli hanno donato, al di la di ogni possibile forma di stereotipo, un innato senso del ritmo. 
"Io sono nato a coso... laggiù... all'avana... io sonavo nei locali dove la gente beveva r' mojto...
E fumava certi sigari che, o'boia, parevano pannocchie".
Ma in realtà le frequentazioni cubane del Caioli si sono limitate a una chiavata in un night di Montecatini con una puttana che il padrone del locale presentava come nativa dell'isola e che, disgraziatamente,  gli ha impestato l'uccello con una inviperita forma di scolo.
Il Caioli infatti è nato e vissuto a  Navacchio, paese dove abita tutt'ora con la madre Angiolina Moscardini e il padre, pensionato delle FFSS, Attilio Caioli.
La foto ce lo mostra nel periodo subito posteriore alla sua guarigione.
Ciò si evince dalla sobria cintura in pelle di gnù che serve per convincere i testicoli (insultati da un accanimento terapeutico a base di antibiotici scaduti) rifugiatesi negli angusti spazi della cavità periaddominale a riprendere la via della ragione e deambulare comodamente nel naturale alloggio della borsa scrotale. 

 




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20 giugno 2007

Gente di paese

Gli era stato preparato tutti i trucchi. Io non dico né chi li ha fatti, né chi po’ l’essere, né ci non po’ l’essere. Insomma: intercettazioni canore, tutti i microfoni nascosti, quello là nel telefono, uno sul tetto, uno…Si ragionava io e la mi’ moglie se uno…gli è che li hanno camuffati anche i nastri, sennò potevano non sape’ tutta la verità, come si dice a letto. Io mi sentivo male a volte dalla rabbia, ci perseguitavano, e ci ragionai con quella povera donnaccia: ma guarda, ci siamo ritrovati…ma che s’è fatto di male…s’è sempre lavorato dalla mattina alla sera. E ci si lamentava di tutti questi fatti, tutto questo male che ci volevano addosso.
Sono nato in ‘na famiglia religiosa di poveri contadini ad Ampiana il 7 Gennaio 1925. Io, e presi, cercai una ragazza per pigliare, insomma per sposarmi. Pe’ aiutare in casa ai miei poveri genitori, che c’era tanto da lavorare. E trovai questa…una bella ragazza. Dico, mah..Miranda Bundi, gli era un anno e più che si era fidanzati e arrivò il momento di sposarsi, ci si voleva bene. E questa donna poi un brutto giorno la trovai in compagnia d’un altro, e io ero geloso, gli volevo bene a questa donna. Lei la cominciò a dirmi: guarda, m’ha preso per forza, picchialo, picchialo. Andai pe’ tirargli du’ pugni io. E questo gli era un pezzo d’omo più grosso di me, e m’agguantò per il collo, e mi stava strozzando, e io, fruga fruga, trovai quel cortello in tasca, che tutti i contadini si porta per le piante, e…
Accidenti a quel maledetto cortello, se lo sapevo che cos’era successo..E da quella volta in poi non riportavo in tasca più nemmeno un chiodo, io. L’ho maledetto tante volte. M’ebbi a difendere sennò morivo io
(19 coltellate ed ha costretto la ragazza a fare l’amore con lui accanto al corpo dell’altro) 

Maltratta la famiglia, me sento dire. C’è la mi moglie, poverina, che lei m’è rimasta seminferma di mente…la nun sa né che la dice, né che la fa, né quandol’è nata. Nun sa nulla. E io ho cercato d’aiutarla in tutti i modi. Gli portavo perfino il caffè a letto.

Mi sai sente dire da qui, da questi pisiologi, come si chiamano, insomma, dice, ma era sano di mente, secondo voi? Dice: si. Come si? Dice: sano di mente? Dice:si. In piena facoltà d’intedndere e di volere? Si. Ma lei l’avrebbe fatto che gli ha fatto questo disgraziato infame, che Dio lo bruci all’inferno, anda’ lì, da du’ poveri ragazzi, du’ poveri figlioli…senza avergli fatto nulla..

Dio, Signore, me n’hanno buttate addosso di tutti i colori. Ah, dice:il Pacciani guardone…Io guardone! Io so’ n’omo perfetto come tutti gli altri e ne do la prova. Io non ho mai anda’ a gurada’…se fossi anda’ a guardare uno che fa quelle schifezze…Uno va a guardare che fa un altro? Io lo facevo da mi’ moglie, se piglia moglie apposta!

 

Dio dell’ostia immacolata, o quanto ti hanno tenuto?

Io non ho detto nulla. Ho detto solo che mio marito aveva un fucile, ora..ora..se l’ha venduto non lo so.

Ma senti questa infame..ora gli va a dire del fucile, questa maledetta divola! Brutta infame! Va a dirgli del fucile questa..diavola. Brutta serpente, il fucile.. il fucile…Brutta, maledetta puttanaccia. Brutta tubercolosa, velenosa…quando ti vidi! Brutto animale velenoso. Gli ho detto chiudi il becco, non parlare, non apri’ bocca, lasciali dire quello che volgiono. E …i’…i’ mio marito, il fucile, il fucile..mio marito. Brutta sudicia, velenosa e diavola!

E ‘ndo’ la metto ora?

Volevo precisare, io siccome soffro di ‘esta angina pertores e la circolazione, m’arzavo dal letto, mi facevo un po’ di ‘affè. Certamente sbattevo li sportelli pigliando la tazzina, pigliando il caffè di dentro. Ma ‘nn c’è mica nulla di…è tutta roba normale. Ora, siccome viene amplificato il volume…e’ tutto lì, lo sportello, aprivo, chiudevo, percè c’ha la molla a scatto, fa il rumore…fra zac! Insomma, amplificandola si sente il rumore forte

 

Signor Vanni che lavoro fa lei?

Io sono stato a fare delle merende con Pacciani

No, no scusi un attimo, un attimo.

Allora non ho capito

Vedo che qualcun le ha già detto che cosa deve dire

E’ che sento poco, sento poco

Guardi lei comincia male, perché sembra che venga a recitarci una lezioncina che s’è imparato prima. Lei deve solo rispondere alle domande, a quello che le viene chiesto

Lei ha conosciuto Pietro Vaccinai?

Si, l’ho conosciuto

Siete diventati amici?

Si, a volte siamo andati a fa qualche merenda, così vero, o a bere un caffè insieme. Poi io altre cose, signor giudice, non los o

Qualche volta si univano amici diversi o andavate solo voi due

Noi due siamo andati. Ci si trovava….

Vi trovavate

…In paese, dopo desinare. Così, a fa una merenda. Poi io altre cose….

E’ mai venuto il Pacciani con lei, come dice, da qualche donna?

No, io insieme alle donne con Vaccinai non sono mai stato. Io, anda’ a fa’ qualche merenda

Si, abbiamo capito, signor Vanni. E qualche bicchiere, via, questo lo possiamo dire?

Si, si

 

Mi dica

Come! Io non ho diritto a parlare?

Si, l’ha già detto, dica quel che la vuol dire, và.

Si, lo dico!

Con calma

Dico che voglio tutte le lettere che l’avete voi in Corte d’assise. Voglio la libertà per andare alla banca e alla Posta. Poi ci sarà il Signore che punirà il signor Vanessa con un malaccio inguaribile che gli toccherà patire come un cane.

Io dico l’ultima parola: viva il duce, il lavoro e la libertà, ritorneremo prima o dopo

Eh, vo’ via. Non me ne importa  tanto son solo. C’ho l’avvocato Filastò, mi basta.

 

Il carattere di queste persone, che erano emarginate alla comunità e quindi si movevano per conto proprio, si coglie anche dai loro soprannomi…erano persone diverse, escluse, e, per molti aspetti, i grulli del paese. Appunto, i soprannomi sono eclatanti. Pacciani è soprannominato “Il Vampa”, perché in una delle tante occasioni di feste paesane, per dimostrare la sua forza, il suo coraggio, dopo aver bevuto un po’ di benzina, si mise a fare il mangiafuoco, e naturalmente, non essendo un mangiatore di fuoco, non essendo un circense, si bruciò tutto il viso e da lì il soprannome del Vampa, avvampato da questa fiammata di benzina sul viso. Gli altri, come dire, per lo stesso tenote. I soprannomi non sono mai casuali. Giancarlo Lotti era “Katanga”, soprannome per indicare questo uomo, forse forte, ma con pochissimo cervello, quindi uno violento che non ragiona sulle cose, che si muove d’impeto, che facilmente è anche strumentalizzabile. Poi c’era il postino, il Vanni detto “Torsolo”. Il torsolo è il resto del frutto, inutile, insignificante, che si getta, che non si considera.




permalink | inviato da randazzo il 20/6/2007 alle 0:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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In questo BLOG siamo tutti devoti del santissymo

DOVE CAAVA PADRE PIO CI CRESCEVANO GLI ABETI

Padre Pio ne faceva due senza usci!!!!
(una volta ne riuscì a fanne tre ma poi ni toccò smette
sennò ni venivano le stimmate anco all'uccello!!!)


Brutto ateo-comunista ora mi dici che credi alla Vergine Maria!!!

Padre Pio alla Banca Rasini gli faceva credito



PADRE PIO BECCAVA A SFA'


"Fai uscire lo storpio."
"Ma...a quest'ora starà dormendo..."
"E allora credo proprio che lo dovrai svegliare, non credi?"

PADRE PIO A METEMATICA C'AVEVA 10

 
Può provocare utite se maneggiato con viulenza!!

PADRE PIO LEVAVA IL FUMO ALLE SCHIACCIATE

Noi siamo, senza possibili eccezioni di sorta, a prova di errore e incapaci di sbagliare. (peccato lo pigliamo nel cvlo)

PADRE PIO USAVA CLEAR

STO ASCOLTANDO:
RADIO MARIA

PADRE PIO PARCHEGGIAVA IN QUARTA

Questo blog promuove la campagna di sensibilizzazione contro la mattanza dei gronghi. Invia anche tu una lettera di protesta al ministero dell'Ambiente.

PADRE PIO C'AVEVA SEMPRE BRISCOLA

In omaggio ad uno dei maggiori poeti viventi

S'io fossi agìl camoscio
mi butterei al lago
ma agìl camoscio 'un sono
e al lago 'un mi ci butto.

* * *

Stai seduto,
cioè zitto,
volevo dire:
àlzati.

* * *

Rimembro fiero
e sul collo pongoti
in guisa di superbi orpelli
due o tre manate
date bene
così impari a pulirti il culo con
le tendine del gabinetto.

* * *

Dorate aurette lievi
di voi schermìro i parti
e tratti apersi ragli
infransi ardor di dacî
né Cato omai recolli
d'affàn rapito 'l crin
a scriver queste poesie
è come andare
a toccare la merda
collo steccolo.

* * *

Vezzosette
pastorelle
che han nel crin
lucenti stelle:
or cantate,
or ballate,
mai nel culo
lo pigliate.

* * *

Nella cruenta pugna
d'Achille il glorïoso
malleolo invano l'oste
tenta sovente ferire perché
nessuno sa dove sia
e cosa cazzo sia il
mallèolo.

* * *

Tispostastidiscatto
tazzoppastilostinco
belmitestadicazzo.

* * *

Tu ti turbi
di frotte di prischi grilli
e ti frilli i fischî natii
sin che fritti i' mischî:
cosa frulli? Eh?! Ora
li raccatti tutti,
imbecille!

* * *

Tappioppassero
umbelpaiodipatte

* * *

Se pei pindàrei colli
a' patrii lidi il ferro
rapir che mobil seno fé
e d'altre terribil favella mòve
con novelle opre il fosco rio,
io passerei anche
verso le sette.
* * *

BEVI ANCHE TU IL CHINOTTO DI PADRE PIO

Attaccatevi tutti a questa maniglia


PUELLAE DIVERTITEVI CON QVESTE




 

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.


Poi cominciò: "Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.

Io non so chi tu se’ né per che modo
venuto se’ qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’ io t’odo.

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;

però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.

Breve pertugio dentro da la Muda,
la qual per me ha ’l titol de la fame,
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,

m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno
che del futuro mi squarciò ’l velame.

Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.

Con cagne magre, studïose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.

In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.

Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane.

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?

Già eran desti, e l’ora s’appressava
che ’l cibo ne solëa essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;

e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
a l’orribile torre; ond’ io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.

Io non piangëa, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.

Perciò non lagrimai né rispuos’ io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscìo.

Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,

ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi

e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”.

Queta’mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t’apristi?

Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.

Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’ io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno".

Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’ denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti.

Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ’l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

Che se ’l conte Ugolino aveva voce
d’aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

Innocenti facea l’età novella,
novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
e li altri due che ’l canto suso appella.
 

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