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randazzo
Naini, IO NON SONO MALATO.


Diario


9 aprile 2008

Svolazzava!

Volevo un cremy




permalink | inviato da randazzo il 9/4/2008 alle 13:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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Scrivi a: Randazzo20002000@yahoo.it
ci sta anche che ti venga a trovare a domicilio se sei discreta, no vero che qui carità non se ne fa



welcome to bonus stage!

you failed

PRONTO... AGONIA?

Perché presero fòo le puntine?

Cioe'.. te.. a me.. che poi.. Via!                     

Questo blog non spreca la NAFETA®
 
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CON RISPETTO PARLANDO






In questo BLOG siamo tutti devoti del santissymo

DOVE CAAVA PADRE PIO CI CRESCEVANO GLI ABETI

Padre Pio ne faceva due senza usci!!!!
(una volta ne riuscì a fanne tre ma poi ni toccò smette
sennò ni venivano le stimmate anco all'uccello!!!)


Brutto ateo-comunista ora mi dici che credi alla Vergine Maria!!!

Padre Pio alla Banca Rasini gli faceva credito



PADRE PIO BECCAVA A SFA'


"Fai uscire lo storpio."
"Ma...a quest'ora starà dormendo..."
"E allora credo proprio che lo dovrai svegliare, non credi?"

PADRE PIO A METEMATICA C'AVEVA 10

 
Può provocare utite se maneggiato con viulenza!!

PADRE PIO LEVAVA IL FUMO ALLE SCHIACCIATE

Noi siamo, senza possibili eccezioni di sorta, a prova di errore e incapaci di sbagliare. (peccato lo pigliamo nel cvlo)

PADRE PIO USAVA CLEAR

STO ASCOLTANDO:
RADIO MARIA

PADRE PIO PARCHEGGIAVA IN QUARTA

Questo blog promuove la campagna di sensibilizzazione contro la mattanza dei gronghi. Invia anche tu una lettera di protesta al ministero dell'Ambiente.

PADRE PIO C'AVEVA SEMPRE BRISCOLA

In omaggio ad uno dei maggiori poeti viventi

S'io fossi agìl camoscio
mi butterei al lago
ma agìl camoscio 'un sono
e al lago 'un mi ci butto.

* * *

Stai seduto,
cioè zitto,
volevo dire:
àlzati.

* * *

Rimembro fiero
e sul collo pongoti
in guisa di superbi orpelli
due o tre manate
date bene
così impari a pulirti il culo con
le tendine del gabinetto.

* * *

Dorate aurette lievi
di voi schermìro i parti
e tratti apersi ragli
infransi ardor di dacî
né Cato omai recolli
d'affàn rapito 'l crin
a scriver queste poesie
è come andare
a toccare la merda
collo steccolo.

* * *

Vezzosette
pastorelle
che han nel crin
lucenti stelle:
or cantate,
or ballate,
mai nel culo
lo pigliate.

* * *

Nella cruenta pugna
d'Achille il glorïoso
malleolo invano l'oste
tenta sovente ferire perché
nessuno sa dove sia
e cosa cazzo sia il
mallèolo.

* * *

Tispostastidiscatto
tazzoppastilostinco
belmitestadicazzo.

* * *

Tu ti turbi
di frotte di prischi grilli
e ti frilli i fischî natii
sin che fritti i' mischî:
cosa frulli? Eh?! Ora
li raccatti tutti,
imbecille!

* * *

Tappioppassero
umbelpaiodipatte

* * *

Se pei pindàrei colli
a' patrii lidi il ferro
rapir che mobil seno fé
e d'altre terribil favella mòve
con novelle opre il fosco rio,
io passerei anche
verso le sette.
* * *

BEVI ANCHE TU IL CHINOTTO DI PADRE PIO

Attaccatevi tutti a questa maniglia


PUELLAE DIVERTITEVI CON QVESTE




 

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.


Poi cominciò: "Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.

Io non so chi tu se’ né per che modo
venuto se’ qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’ io t’odo.

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;

però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.

Breve pertugio dentro da la Muda,
la qual per me ha ’l titol de la fame,
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,

m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno
che del futuro mi squarciò ’l velame.

Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.

Con cagne magre, studïose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.

In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.

Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane.

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?

Già eran desti, e l’ora s’appressava
che ’l cibo ne solëa essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;

e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
a l’orribile torre; ond’ io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.

Io non piangëa, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.

Perciò non lagrimai né rispuos’ io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscìo.

Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,

ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi

e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”.

Queta’mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t’apristi?

Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.

Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’ io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno".

Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’ denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti.

Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ’l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

Che se ’l conte Ugolino aveva voce
d’aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

Innocenti facea l’età novella,
novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
e li altri due che ’l canto suso appella.
 

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