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Naini, IO NON SONO MALATO.


Diario


11 settembre 2007

Visto che oggi principia la scuola...

Oh che brutti momenti passai stamane quando il povero Cacilli, il figliuol dello spazzino, sempre triste e lacero, con quel suo piedino storpio che stringe il cuore a vederlo strascicare, venne minacciato da quel gradasso del Maneschi, il figliuol del bracconiere, sempre pronto ad attaccare briga e smanioso di non so quante smargiasse imprese.
Era appena entrato il maestro in classe che subito il Maneschi principiò a dare in ismanie, ora lanciando delle midolle di pane unto contro il cappotto nuovo del buon Gargilli, ora tormentando il Tarponi con uno steccolo che aveva intinto nello sterco, ora infine pigliando il quaderno di grammatica del Cacilli e vergandoci sopra degli sgorbi e delle male parole che arrossisco solo a raccontarle.
Il nostro maestro, il nostro bravo e affettuoso maestro sordo, non s’accorse di nulla, un po’ perché stava scrivendo sulla lavagna la parola Sagrificio, un po’ perché, oltre che sordo, è anche molto miope e prima di fargli capire qualcosa si farebbe in tempo a cucinare il suo cane,un botolo ringhioso di nome Callo, in un rabbioso stufato alla Woronoff.
Ebbene, io e il Ruffietti guardavamo con stizza il bravaccio, ma ad un bel momento non riuscii più a sopportare la scena e gli dissi a bassa voce: “ Smettila di tormentar quel povero figliuolo. Ti burli di lui perch’egli è storpio ed il nostro buon maestro zoppo non ti vede, ma non sperar di farla franca, che le male azioni nuocciono più a chi le fa che a chi le riceve”.
Egli si rabbuiò d’un tratto e mi guardò serio con quegli occhietti grigi infissi quasi sul naso e disse d’un sibilo: “Fatti i cazzi tuoi mezzasega, se no ti smeriglio da cazzotti”.
Capii d’un tratto le sue ragioni e pensai che in fondo quel nano deforme di Cacilli aveva anch’egli le sue colpe e meritava un simile trattamento. Stavo giusto argomentando al Ruffietti questo nuovo punto di vista quand’ecco quel rachitico del Cacilli mettersi a piagnucolare: Il mio povero quaderno, ahimé, tutto il mio lavoro sciupato”! Facendo voltare di scatto il nostro buon maestro gobbo. Egli scosse la forfora dalla barba incrostata, fissò con due occhi di fuoco il maneschi e gridò: “Ancora tu, discolaccio, questa è l’ultima volta che promuoverai lo scompiglio in classe! Domani stesso convocherò tua madre.”
Il bravaccio ristette come di pietra. Digrignava i denti per la stizza ed era tutto rosso  per l’ umiliazione subita. Appena il maestro riprese a scrivere sulla lavagna la parola Ardore ecco che il discolo s’aqquattò fin verso il Cacilli e, con quegli occhietti che sprizzavano odio, gli disse piano: “Fuori ti tronco”.Tutti s’acchinarono su quaderno come a far finta di nulla, ma ciascuno ardevasi sentir suonare il finis per assistere all’impari cimento.
Finalmente sonò la squilla, e mille voci di fanciulli si sparsero pei corridoj riversandosi in strada. Già il Garbugli, quello del mercatino di biglie di cerume, andava raggranellando i centesimi che ciascuno scommetteva sull’ esito della tenzone. Giunti ad uno slargo di terra battuta che la strada faceva prima di principiare a chiamarsi Corso dé Cavalleggeri, ecco tra i due un cerchio di fanciulli ammutoliti e pur attenti al tristo spettacolo che andava in iscena.
Il Maneschi, colle sue gote rubizze e colle braccia che parevan polpettoni, trasse la riga dalla cartella, e senza profferir motto, principiò a grandinare di bastonate il capo di Cacilli. Qualcuno, di fronte allo spettacolo di tanta prepotenza, osò dire: “ Basta, lasciate il pace quel povero figliuolo”! Ma fu subito preso a pedate negli stinchi, ed il Panicchi gli pisciò sulla cartella. Intanto il Maneschi stava lavorando allo stomaco il piccolo rachitico, assestandogli di quando in quando dè ceffoni che lo colorivano d'una bella porpora. Nello scompiglio generale io n’ approfittai per stampargli una bella pedata nell’osso sacro, mentre qualcuno lo spettinava dà nocchini. Quando il buon Maneschi andò finalmente vendemmiando il maledetto nano focomelico,ecco un grido scompaginare il manipolo: ”Via, via tutti, ecco il maestro”!
Tutti ci discostammo dal nano deforme, chi facendo finta di ragionare d’aritmetica, chi simulando l’ innocente gioco della rava. La buona vecchia maestra tisica di prima e seconda, quel caro fagottuccio di scialli e mantellette che pareva un buffo pagliajo, passò in mezzo a noi pencolando col suo bastone, col sorriso buono di una nonna che conosce le marachelle dè suoi nipoti e, sorpassando il Cacilli, n’approfittò per ribadirlo in terra con un colpo di tacco aguzzo tra le scapole. Quando s’allontanò, curva curva verso il fondo della strada, io ebbi come un moto di pentimento, come una repulsa per un’ingiustizia commessa e corsi incontro al Maneschi per dirgli: “Scusa se prima dissi verso di te alcune parole cattive. Quella testina di cazzo per di più deforme non avrebbe dovuto mancarti di rispetto di fronte al nostro buon maestro cardiopatico. Saremo amici?” E così dicendo gli strinsi la mano.

Col cuore pieno di gioja pel buon proposito, corsi allora verso il fondo della via, per gettarmi tra le braccia di mia madre.




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Padre Pio ne faceva due senza usci!!!!
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PADRE PIO C'AVEVA SEMPRE BRISCOLA

In omaggio ad uno dei maggiori poeti viventi

S'io fossi agìl camoscio
mi butterei al lago
ma agìl camoscio 'un sono
e al lago 'un mi ci butto.

* * *

Stai seduto,
cioè zitto,
volevo dire:
àlzati.

* * *

Rimembro fiero
e sul collo pongoti
in guisa di superbi orpelli
due o tre manate
date bene
così impari a pulirti il culo con
le tendine del gabinetto.

* * *

Dorate aurette lievi
di voi schermìro i parti
e tratti apersi ragli
infransi ardor di dacî
né Cato omai recolli
d'affàn rapito 'l crin
a scriver queste poesie
è come andare
a toccare la merda
collo steccolo.

* * *

Vezzosette
pastorelle
che han nel crin
lucenti stelle:
or cantate,
or ballate,
mai nel culo
lo pigliate.

* * *

Nella cruenta pugna
d'Achille il glorïoso
malleolo invano l'oste
tenta sovente ferire perché
nessuno sa dove sia
e cosa cazzo sia il
mallèolo.

* * *

Tispostastidiscatto
tazzoppastilostinco
belmitestadicazzo.

* * *

Tu ti turbi
di frotte di prischi grilli
e ti frilli i fischî natii
sin che fritti i' mischî:
cosa frulli? Eh?! Ora
li raccatti tutti,
imbecille!

* * *

Tappioppassero
umbelpaiodipatte

* * *

Se pei pindàrei colli
a' patrii lidi il ferro
rapir che mobil seno fé
e d'altre terribil favella mòve
con novelle opre il fosco rio,
io passerei anche
verso le sette.
* * *

BEVI ANCHE TU IL CHINOTTO DI PADRE PIO

Attaccatevi tutti a questa maniglia


PUELLAE DIVERTITEVI CON QVESTE




 

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.


Poi cominciò: "Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.

Io non so chi tu se’ né per che modo
venuto se’ qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’ io t’odo.

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;

però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.

Breve pertugio dentro da la Muda,
la qual per me ha ’l titol de la fame,
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,

m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno
che del futuro mi squarciò ’l velame.

Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.

Con cagne magre, studïose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.

In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.

Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane.

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?

Già eran desti, e l’ora s’appressava
che ’l cibo ne solëa essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;

e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
a l’orribile torre; ond’ io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.

Io non piangëa, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.

Perciò non lagrimai né rispuos’ io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscìo.

Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,

ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi

e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”.

Queta’mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t’apristi?

Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.

Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’ io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno".

Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’ denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti.

Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ’l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

Che se ’l conte Ugolino aveva voce
d’aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

Innocenti facea l’età novella,
novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
e li altri due che ’l canto suso appella.
 

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